Chi siamo noi?


Lo so lo so, nell’articolo precedente non ti ho persuaso: ancora non ti va giù l’idea che la tua identità non coincida col tuo corpo fisico; provo allora a buttar giù l’argomento in altri termini.

Non credo riuscirò nell’intento, un po’ per limiti miei, ed un po’ perché certe idee non si possono spiegare a parole: spero però che la sensazione di non comprensione che potrei farti provare riesca ad innescare un meccanismo intuitivo, non razionale, che ti faccia percepire con un registro di livello più elevato ciò che intendo trasmettere.

Con ogni probabilità relegherai invece questo articolo nell’archivio delle astrusità, per essere eufemistici, e cesserai la lettura all’incirca a questo punto.

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Ma se invece sei rimasto con me… lo sai come è composta la materia? Beh, immagino di sì, a scuola ci insegnano che è composta da atomi, e che questi a loro volta sono composti da un nucleo centrale, contenente protoni e neutroni, e da un certo numero di elettroni che ruotano attorno al nucleo.

Ma lo sai quanto è grande l’atomo rispetto al suo nucleo e agli elettroni che vi gravitano attorno? Ebbene, tanto per fare un paragone: se il nucleo avesse le dimensioni di un grano di sale, l’atomo sarebbe grosso modo grande quanto la cupola di San Pietro, e gli elettroni sarebbero dei granelli di polvere che turbinano nell’enorme vastità della cupola.

E nello spazio restante cosa c’è? Nulla, il vuoto. Attenzione, intendo proprio assenza di alcunché, nulla di nulla. Sai cosa significa vero?

Significa che quel cosciotto di pollo, che ieri sera ti sembrava così reale e gustoso, è fatto al 99,9% di nulla. Non solo il cosciotto: pure tu, ardente sostenitore della tua fisicità! Pure tu sei per il 99,9% dello spazio che occupi… vuoto!

Allora… se è vero che ti identifichi con la tua fisicità… beh, lasciamelo dire: sei veramente poca cosa… meno dello 0,01% di ciò che appari!

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Ma, se invece di insistere a tutti i costi nel voler mettere la materia in primo piano, ci concentrassimo per un istante sullo sfondo? Lasciamo perdere le particelle, e consideriamo il vuoto. Dopotutto, è grazie allo spazio vuoto, che le particelle possono manifestare la loro individualità… è grazie allo sfondo di un quadro, che possiamo apprezzare l’immagine che risalta in primo piano.

Se la vera essenza di tutto fosse proprio lì? Nello spazio delle possibilità… che lascia emergere di volta in volta la manifestazione terrena di un qualcosa più profondo, che risiede nel campo del potenziale non manifestato…

Tu non puoi vedere direttamente tutto ciò, lo puoi solo intuire per differenza… percepire l’esistenza di una qualche essenza più fondamentale solo indirettamente, perché svelata da quella materia che ne è una delle tante possibili manifestazioni.

Capisci la differenza? Ciò che credi di essere è in realtà solo un epifenomeno, una manifestazione di una realtà sottostante più essenziale, che tuttavia non puoi vedere ma solo intuire.

Le recenti scoperte sulla fisica quantistica vanno proprio in questa direzione; già, perché si è capito che quello che credevamo spazio vuoto, non è in realtà del tutto vuoto… è piuttosto una sorta di campo di possibilità, dal quale nascono e subito dopo si annichilano coppie di particelle e antiparticelle virtuali: il cosiddetto campo del punto zero.

Esiste infatti un principio fisico, che prende il nome dallo scienziato tedesco Werner Heisenberg, secondo il quale certe coppie di quantità fisiche fra loro coniugate non possono essere misurate con assoluta precisione: se misuri bene una, rinunci a misurare bene l’altra.

Fra queste coppie troviamo energia e tempo: se misuri con estrema precisione il tempo, allora l’energia di un sistema fisico risulta indeterminata; ma attenzione: non nel senso che ha un ben preciso valore che però tu non conosci, ma in un senso più fondamentale: il suo valore reale è proprio indeterminato.

Questo significa che non può esistere per definizione uno stato di energia zero, in altri termini il vuoto; o meglio, può esistere solo se ci accontentiamo di misurarlo per un tempo sufficientemente lungo (e, per misurare quanto lungo, si usa l’ordine del tempo di Planck, un valore inimmaginabilmente piccolo).

Quindi, per brevissimi istanti lo stato energetico di un sistema non è zero, ma può manifestare livelli di energia anche molto elevati, tanto più elevati quanto più piccolo è l’intervallo di tempo considerato; è la cosiddetta energia del punto zero. Immaginalo come la superficie di un brodo in ebollizione, dalla quale ogni tanto qua e là appaiono bolle che subito dopo spariscono: non potrà mai avere una superficie perfettamente piatta.

Recenti teorie fisiche sostengono che proprio nel campo quantistico, così misterioso e dalle potenzialità infinite, risieda la nostra coscienza: non già nelle nostre strutture cerebrali, dunque, che a questo punto verrebbero relegate al ruolo di mere antenne riceventi, ma in quello spazio fisico che chiamiamo comunemente vuoto e che in realtà è tutt’altro che vuoto, perché contiene in potenza tutto ciò che può divenire reale.

La nostra coscienza, secondo queste teorie, risiederebbe nello sfondo!

Da informatico non posso esimermi dal citare uno dei principali sostenitori di questa teoria, che non è un mago Otelma qualsiasi, bensì l’italiano che ha inventato il microprocessore e grazie al quale oggi sei in grado di leggere questo articolo: Federico Faggin.

In rete ci sono numerosi video che riportano i suoi interventi in conferenze divulgative, ti invito a guardarle. Non è scientificamente provato che le cose stiano davvero così ma… se invece lo fossero?

 

 

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Ma io, chi sono?


Nel precedente articolo ho cercato di smontare un po’ di convinzioni sulla tua identità, generando con ogni probabilità un senso di vuoto e smarrimento, perlomeno se hai avuto la pazienza di seguirmi fino in fondo; provo ora, sperando di riuscire ad usare la giusta dose umiltà, a formulare un inizio di ragionamento per rassicurarti che quel vuoto è colmabile.

Non prima di aver scavato ancora un poco.

Ti avevo lasciato dopo aver demolito l’ultima delle tue convinzioni, e cioè che tu sei il tuo corpo fisico; qualora non ti avessi ancora persuaso, aggiungo questa informazione: lo sai che un corpo umano adulto si rinnova per intero in media ogni sette anni? Questo significa che dentro di te non c’è più una sola delle molecole che contenevi sette anni fa! Come puoi allora sostenere che tu sei il tuo corpo fisico, se questo cambia in continuazione? Aveva ragione Pirandello: quelli che chiamiamo personaggi di fantasia nelle commedie o nei romanzi sono dotati di maggior realtà di noi esseri umani, perché loro rimangono immutabili, fedeli a loro stessi nel tempo, mentre noi cambiamo in continuazione!

Ti rimane un appiglio, e da informatico (bada, lo faccio, non lo sono!) è l’ultimo baluardo a cui sono rimasto aggrappato fino a poco tempo fa: tu sei struttura informativa, software. Tu sei le tue idee, ed il progetto che mette in relazione atomi, molecole, cellule, organi che costituiscono il tuo corpo, in una complessa piramide organizzativa.

Questa posizione è più difficile da demolire; eppure… mi sono persuaso che anche in questo caso ci si discosti dalla verità, o che, quantomeno, sia rischioso identificarsi con tutto ciò. Perché, dopotutto, quando il tuo corpo non ci sarà più, quando l’hardware sarà dismesso… chi garantirà l’esecuzione del software? Software che peraltro si modifica e cambia in continuazione (mutazioni genetiche, cambi di opinione, salde convinzioni ritrattate a distanza di pochi anni). L’ipotetica fotografia dell’assetto delle mie idee oggi sarebbe completamente diversa da quella che si sarebbe potuta scattare solo un anno fa. Significa forse che l’io di oggi non è più l’io di un anno fa? Dove va a finire allora il concetto di identità?

Ma al di là della questione teorica, rimane la questione pratica: identificarsi con le proprie idee è rischioso e foriero di infelicità, perché quando queste vengono messe in discussione tu ti arrocchi in loro difesa, giuste o sbagliate che siano, con la convinzione di difendere te stesso. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione. Cambiare opinione non mina alla base il tuo essere, ed è talvolta l’unica via di salvezza.

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In tutto questo mutevole divenire, come possiamo dunque parlare di identità?

E qui entra in gioco il concetto di primo piano e sfondo; già… perché finora ti sei sforzato di trovare te stesso cercando fra le figure in primo piano. E se invece il posto giusto dove cercare fosse lo sfondo?

Per spiegarmi meglio, ti propongo la seguente immagine.

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Ti sembra di vedere un triangolo bianco in primo piano, vero? Ebbene, questa illusione ottica è analoga a quella mentale che ti ha accompagnato fin qui, mentre avanzavi ipotesi sulla tua identità. Non esiste alcun triangolo bianco, è solo una proprietà emergente che la tua mente individua a causa degli elementi presenti sullo sfondo.

Questa è l’importante presa di coscienza che ho maturato recentemente: ho sempre cercato nel posto sbagliato.

Mi sono sempre concentrato sul primo piano… mentre forse avrei dovuto guardare lo sfondo per capire chi sono… perché tutto ciò che immaginavo di essere non è altro che una serie di proprietà emergenti, congiunturali, occasionali, talvolta fortuite ma in ogni caso per nulla strutturali di un qualcosa di più fondamentale, che pervade lo sfondo.

Di che natura sia questo sfondo, sarà argomento del prossimo articolo…

Ma tu, chi sei?


Tempo fa scrissi un articolo che parlava di primo piano e sfondo. Allora non mi rendevo conto delle potenzialità a cui poteva portare questo embrione di ragionamento; a distanza di qualche anno desidero ora rivalutarlo, come punto di partenza per trattare una delle domande più delicate, difficili ed utili dell’esistenza: chi sono io?

Immagino che il collegamento fra le due tematiche non sia immediato, ma lascia che provi a spiegarmi; attenzione però: l’argomento è spinoso e per nulla facile da esporre, io poi non sono certo un maestro di dialettica, per cui se vuoi abbandonare la lettura, questo è il momento giusto!

Ma torniamo a noi; partirei proprio col domandarti: ma tu, chi sei?

Ed eccoti rispondere tronfio e sicuro alla mia domanda apparentemente banale:

Ma come chi sono, sono io! Il ragionier Luca Rossi, quello che lavora alla ACME S.p.A, figlio del dottor Mario Rossi, medico di famiglia del paese di Altavalle…

No no, aspetta! Non mi hai capito.

Intanto un ‘sono io’ autoreferenziale non aggiunge alcun contenuto informativo, e lo eviterei.

Non ho poi neppure chiesto qual è il tuo nome, dopotutto non è che un’etichetta arbitraria, una vale l’altra e, anche se ce l’hai appiccicato dalla nascita… non contribuisce certo ad individuare la tua identità: non è che una parola… con dignità di nome proprio di persona, certo, ma alla fine pur sempre un’etichetta: negli Stati Uniti ti sarebbe toccato Luke… che è diverso da Luca, giusto?

Non ti ho neppure chiesto che lavoro fai: ti trovi alla ACME S.p.A. perché lì ti hanno condotto gli eventi, ma potevi benissimo lavorare in banca no? Hai il diploma di ragioniere…

Già, in effetti non ti ho neppure chiesto qual è il tuo titolo di studi… guarda che lo so che, se fosse dipeso da te, ti saresti iscritto al liceo e non a ragioneria… ma dovevi arrivare in fondo ai cinque anni col famoso pezzo di carta in mano, per tranquillizzare i tuoi genitori.

Già, i genitori… beh, loro sono sicuramente più legati a te, se parliamo di identità… i loro geni sono dentro alle tue cellule, ed i loro insegnamenti dentro alla tua struttura neurale… ma individuare un’entità attraverso un’altra non fa che spostare il problema altrove, in una ricorsione infinita prima di utilità: chi sono allora i tuoi genitori? Chi sono i tuoi nonni? E così via. Tant’è che, per spiegare meglio chi è tuo padre, hai sentito l’esigenza di precisarne il nome, la professione ed il luogo in cui esercita. Insomma, una risposta che necessita di altre spiegazioni non è poi una gran risposta.

Giacché hai avuto la pazienza di seguirmi fin qui, adesso voglio vibrarti il colpo fatale: sappi che tutte quelle che hai elencato sono solo false identità che contribuiscono pesantemente a mantenere vivo il tuo stato di infelicità, e sarà opportuno per il tuo bene-essere abbandonarle quanto prima!

Ricordi quando da piccolo ti attribuivano quel fastidioso nomignolo, e tu ti arrabbiavi tanto? Lo sai perché? Perché nella tua mente stavano attaccando il falso io che credevi di essere, rappresentato dal tuo nome che veniva storpiato. Attaccano il mio nome, quindi attaccano me. Dolorosa falsità. Errore di interpretazione.

E lo sai perché sei così legato al posto fisso, e continui a lavorare in ACME anche se sei infelice e vorresti fare tutt’altro? Perché sei convinto di essere quello che fai di lavoro.  Altro che balle sulla sicurezza economica. Se perdi il lavoro, perdi la tua identità. Quante depressioni fra i neo pensionati che non sanno più chi sono. Ma tu non sei il ragioniere, tu fai il ragioniere…

Hai poi mai udito le barzellette sui titoli di studio? Quelle che se la prendono con ingegneri, fisici e matematici in particolare… sono tutti modi per stuzzicare la suscettibilità di alcune persone favorendo un sorriso in altre; e su cosa si basa il giochino? Sull’attacco di una falsa identità, basata sul titolo di studio!

E adesso cominciamo a fare sul serio, gran figlio di puttana!

Pesante vero? Quale insulto peggiore riusciresti ad immaginare? Anche qui, si sta cercando di attaccare una tua falsa identità. Tu non sei tua madre né, tanto meno, l’attività che esercita. E se davvero si occupasse del mestiere più antico, lo stesso varrebbe per lei: fa la puttana, non è una puttana.

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Ti sembrano sofismi, vero? Eppure ragionare in un modo o nell’altro fa la differenza, provare per credere. Perché se davvero non pensi di essere tutto ciò, qualsiasi cosa accada che lo metta in discussione non ti toccherà più di tanto. Non è filosofia, ma pratica di vita.

Se mi stai seguendo, la tua mente sta lentamente sfrondando tutta una serie di falsi io, e sta riducendo all’osso tutte le possibilità, forse abbandonando l’astrazione per arrivare alla fisicità: io sono quello alto un metro e ottanta, con gli occhi verdi ed i capelli castani, il naso pronunciato, magro e poco muscoloso. La stempiatura sta cominciando ad essere fastidiosamente evidente.

Ebbene, mi spiace deluderti, ma sospetto fortemente che tu non sia neppure nulla di tutto ciò. E questo è più difficile da digerire, lo so. Eppure, tu hai gli occhi verdi, non sei i tuoi occhi verdi. Tranquillizzati, non sei neppure la tua stempiatura incipiente. Ricordi il Vitangelo Moscarda di pirandelliana memoria, col suo naso che pende verso destra?

Ma allora, se ti chiedo di abbandonare tutte queste false sicurezze, che cosa rimane alla fine?

Questo articolo è insidioso perché, se lo fai tuo fino in fondo, rischi di creare un vuoto che porta allo smarrimento e forse alla depressione. Ma io so che difficilmente gli attribuirai una qualche validità, perché questo metterebbe a rischio le tue certezze, ti priverebbe di punti di riferimento. Non sei abbastanza folle per farlo.

Per me, che invece non disdegno un pizzico d follia, è stato effettivamente così, finché non ho trovato un modo per riempire quel vuoto; provvisoriamente, perché nessuna risposta deve mai essere quella definitiva.

E l’ho colmato grazie a letture che facevano leva sulla distinzione fra primo piano e sfondo; forse avrai iniziato ad intuire dove voglio andare a parare, ma direi che per il momento ho scritto ed annoiato a sufficienza: è il caso di terminare qui, con l’impegno di proseguire i miei deliri in uno dei prossimi articoli.

E se fosse vero?


Talvolta mi capita di tenere corsi. I discenti che temo di più sono quelli che sanno già tutto: stanno lì ad ascoltarti per educazione, ma in fondo sono convinti di perdere il loro tempo.

Questo atteggiamento, se anche corroborato dalla realtà dei fatti è, per chi lo tiene, estremamente dannoso, perché crea uno strato impermeabile che impedisce qualsiasi forma di arricchimento.

L’estremo opposto, di colui che prende invece per oro colato qualsiasi cosa io gli dica, è altrettanto deprecabile: dopo tutto, potrei benissimo essere un emerito idiota (su quest’ultimo punto sospetto peraltro che ci sia parecchio materiale per una rigorosa dimostrazione basata sui fatti).

Mi sono spesso chiesto quale fosse il giusto compromesso, la via di mezzo che salvi capra e cavoli. Una volta indossato il cappello dello scolaro, che fare? Accettare incondizionatamente come verità ciò che mi viene insegnato, o metterlo continuamente in dubbio paragonandolo a ciò che già so? Il bambino non ha scelta: conoscendo poco o nulla, non ha strumenti per capire quanto sia sensato ciò che gli viene detto; questo è anche uno dei motivi per cui i giovani imparano più in fretta. Nel bene e nel male.

Il fenomeno di rigidità mentale diventa particolarmente accentuato quando le idee che ci vengono proposte sono per noi ‘fuori dal solco’, perché mettono in discussione principi fondamentali che riteniamo inviolabili. In tal caso, la prima cosa è viene da pensare è che si stanno ascoltando un mucchio di sciocchezze, e si spegne l’ascolto. Credo di avere mietuto parecchie vittime in tal senso, con questo blog.

ieri x era uguale a 5

Un approccio che mi sembra promettente è quello del “e se fosse vero?”

Consiste in questo: in una prima fase devi, e confesso che lo trovo parecchio difficile, fare tabula rasa di tutti i tuoi preconcetti e metterti in una situazione di ascolto e accettazione incondizionata; quello che ti viene detto è vangelo. Devi lasciare il tempo al docente di completare l’esposizione, di chiudere il cerchio. Non puoi permettere che il censore intervenga prima del tempo, perché non sa ancora dove si sta andando a parare; un particolare detto in conclusione potrebbe dare senso e coerenza a tutto il resto.

Solo al termine, e magari anche dopo, quando sarai sicuro di aver compreso appieno ciò che il docente ti voleva trasmettere, potrai fare le tue valutazioni. Ma, anche allora, falle tenendo presente che, pur se in contrasto con la tua verità, le sue idee continuano ad avere una loro validità, che magari deciderai di non fare tua, ma non per questo sarà meno degna di rispetto; di tanto in tanto domandati: “e se fosse vero?”

Questa domanda apre scenari interessanti, se la poni a te stesso con fare giocoso; il ‘trucco’ di farlo per gioco aiuta a distrarre per un poco l’inquisitore che è in te, che con troppo zelo si adopera in continuazione per non farti passare per pazzo; ma tu lo tranquillizzi, perché non stai facendo sul serio, stai solo giocando; e così facendo supponi solo per un istante che quell’idea così assurda sia vera: dove ti porta questa assunzione? Porta a conclusioni contraddittorie o discordanti con l’esperienza? Oppure, pur nella sua assurdità, contiene frammenti che si possono salvare, estrapolare ed inserire in un nuovo modo di vedere il mondo, diverso sì dal suo, ma diverso pure dal tuo, e pertanto arricchente, se non per entrambi, quantomeno per te?

Lo so, è difficile, e quanto più si invecchia, tanto più lo diventa. Ma riuscire ad imparare sempre qualcosa, senza considerarsi mai arrivati, è un ottimo modo per rimanere sempre giovani, non credi?

Dopo una buona bottiglia di rosso


Oggi ho un sacco di cose da fare… non so proprio da che parte cominciare.

Beh… potrei cominciare dall’inizio! Eh già, come ho fatto a non pensarci prima? Mi sembra proprio un’idea geniale! Comincerò dall’inizio!

Già… il vero problema è trovarlo… l’inizio… fra tutte le cose che ho da fare, non sarà semplice… allora comincerò col cercarlo, l’inizio!

Giusto, una volta trovato quello, ogni cosa verrà da sé.

Eh, vedi però come sono fatto! Mi convinco della necessità di fare una cosa, certo che si tratti di quella giusta, e pochi secondi dopo eccomi a fare tutt’altro! Com’è volubile l’essere umano, vero?

D’altra parte mi sembra ragionevole iniziare a cercare il punto di partenza… in fondo è pur sempre un’ottimo punto di partenza.

Un momento! Ma se così stanno le cose… allora è inutile che mi affanni a cercarlo… l’ho appena trovato! Che sciocco, stavo per mettermi a fare una cosa inutile.

Bene. La buna notizia è che si comincia a smarcare la lista delle cose da fare, la prima è andata.

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Ok, e adesso? Qual è il prossimo passo?

Ovvio, aggrediamo subito la seconda voce in lista. Già… ma qual è la seconda? Ne sono rimaste ancora parecchie… beh, ma se una strategia ha funzionato con la prima, perché mai non dovrebbe funzionare con le altre?

Oggi sono decisamente soddisfatto dei miei ragionamenti. Sarà sicuramente una giornata produttiva!

A questo punto non mi resta che proseguire iniziando da qui.

Quello che (non?) ho capito delle donne


Se ti dicono “sì”… molto probabilmente intendono “no”. Se ti dicono “fai come credi” non sentirti tranquillo: il vero messaggio è “la pagherai in seguito”. Se ti comunicano la loro opinione, oggi, non scordarti di ricontrollarla, domani: potrebbe nel frattempo essere cambiata. Ed in ogni caso riusciranno a convincerti che avevi capito male.

Ecco come percepisco la maggior parte delle donne che mi trovo a frequentare: incostanti, lunatiche, contraddittorie, imprevedibili. Quello che ho capito di loro… è che non ho capito un bel niente. Beh, fin qui… decanto la scoperta dell’acqua calda.

Lettore di sesso maschile, ti sta chiedendo perché mai ci si dovrebbe affannare alla ricerca di una comprensione che probabilmente non arriverà mai? Ebbene, credo che un motivo valido ci sia… e, pur se mi riconosco affetto dal materialismo che spesso mi si attribuisce, non dipende da necessità legate a meccanismi chimici di complementarietà sessuale.

Più passa il tempo e si accavallano le esperienze, più mi fermo a riflettere, e più mi convinco che la Vita è esattamente come le donne; infinite volte mi sono sforzato di applicare la mia razionalità per trovarle un significato, senza cavare un ragno dal buco. Probabilmente perché l’approccio di tipo logico che ho adottato non è in grado di portare da nessuna parte, come ho già rimarcato in un altro articolo.

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Ed allora… mi sto lentamente convincendo che, proprio nella loro imperscrutabilità, le donne sono più vicine all’essenza delle cose, non fosse altro perché sono in grado di donarla, la Vita… e che abbandonare la mia razionalità e perseverare in questo apparentemente inutile sforzo, ma con diverso approccio metodologico, anzi… abbandonando ogni tipo di approccio metodologico, mi farà avvicinare ad una comprensione più vera, finalmente libera dai legacci della mente razionale: la comprensione delle donne e, di riflesso, del senso della Vita.

Beh dai non ho la pretesa di raggiungere appieno l’obiettivo, caso mai di avvicinarmici asintoticamente… accidenti… visto? Che ti dicevo? La mia razionalità è decisamente dura a morire…

Il collega chiacchierone


Attualmente lavoro come programmatore; di norma mi occupo di creare componenti software che vengono poi utilizzati dai miei colleghi per sviluppare il prodotto finale.

Siccome non sono proprio al livello di Bill Gates, spesso capita che ciò che ho messo a punto non funzioni come atteso, e quindi mi ritrovi ad affiancare il povero collega di turno che non riesce ad ottenere il risultato sperato.

Di solito si tratta di malfunzionamenti di cui lui (o lei), non conoscendo la parte da me sviluppata, non è stato in grado di trovare la causa, e pertanto si trova costretto a rivolgersi a me.

Ora, normalmente la dinamica è la seguente: io mi siedo a fianco del collega e questi inizia a spiegarmi cosa non funziona.

Il fatto è che non si limita semplicemente a descrivermi il malfunzionamento nudo e crudo, ma lo decora con una serie infinita di dettagli sulle prove che ha fatto, le congetture che hanno portato a tali prove, le situazioni in cui invece funziona tutto. Anzi, spesso parte proprio da queste: mi illustra tutta una serie di casistiche in cui il programma lavora come dovrebbe, quasi a rassicurare me e sé stesso che è stato fatto tutto a regola d’arte, e che quell’unico caso di malfunzionamento è decisamente inspiegabile…

Ci sono addirittura casi in cui tutto questo parlare lo porta a trovare da sé la spiegazione… ed allora mi ritrovo a svolgere più la funzione di psicanalista che di consulente software… ma di questo ho già parlato.

Io ascolto il paziente che racconta i propri sintomi, ma dentro di me inizio a spazientirmi… tutto questo polverone non mi aiuta a capire, vorrei solo vedere il malfunzionamento e basta.

La situazione si aggrava quando, terminata l’introduzione, mi accingo a debuggare il programma per trovare la soluzione; a questo punto, lo zelante collega non si zittisce affatto: inizia ad elencare le proprie ipotesi, i propri suggerimenti, le proprie offerte di aiuto. Io d’altro canto vorrei solo che tacesse e rimanesse a disposizione per darmi le sole informazioni di cui ho bisogno, non tutte quelle che lui ritiene opportuno dovermi fornire.

Nei giorni in cui mi sento meno Zen mi verrebbe da urlargli: “Senti, qui c’è un problema: non mi interessa l’elenco dei non problemi, devi solo dirmi cosa non va; tieni pure le tue ipotesi per te, se fossero valide ti avrebbero già condotto alla soluzione e adesso non mi troverei qui a sentire tutte queste inutili chiacchiere!”

Ma si tratterebbe evidentemente di uno sfogo inopportuno, tanto più che i suggerimenti esterni possono rivelarsi preziosi: il punto è che dovrebbero arrivare quando servono, non fluire alla rinfusa quando ancora non si è avuto modo di far mente locale; pensare con la testa sgombra da condizionamenti e preconcetti è essenziale per ragionare con efficacia.

Quindi scelgo l’unica strada diplomaticamente accettabile: mi sforzo di concentrarmi sul monitor e di non ascoltare il chiacchiericcio che fluisce ininterrotto al mio fianco. Questo però comporta fatica, e rallenta il compimento del lavoro.

chiacchierone

L’altro giorno, dopo uno di questi episodi, è maturata in me la riflessione: io mi trovo sempre in questa situazione!

Già, mi trovo sempre in questa situazione, anche quando non c’è lo zelante collega! Il chiacchiericcio incontrollato e rumoroso è sempre presente nella mia testa… e sono pronto a scommettere che è anche nella tua! Il nostro personale collega incorporato!

Lui è la causa di questo incessante dialogo interiore che mi distoglie da ciò che sto facendo, portandomi a pensare ad altro, ad anticipare ipotetici e spesso problematici eventi futuri, a rivivere eventi passati spesso generatori di emozioni negative, a ripetere mentalmente il ritornello della canzone sentita poco prima alla radio, a vivere in un mondo simulato tralasciando l’unico, concreto momento presente!

Sto avvitando una vite… e la mente divaga sulla necessità di tagliare l’asse di legno… sto pesando la pasta, e intanto penso alla necessità di tagliare l’erba in giardino… mi sto lavando i denti… ed il collega interiore mi parla di un torto subito…

Come si fa ad operare bene in questa situazione? Impossibile! Certo, dei risultati si ottengono… ma a prezzo di che fatica? E sono risultati ottimali?

Prima di lamentarmi del collega ‘vero’… sarà dunque il caso di porre rimedio a quello interiore, ahimé presente anche fuori dall’orario di ufficio… mi segue ovunque vada ed è molto, molto più assillante!

Non dico di farlo fuori, questo no… ma farlo parlare solo quando serve… e quando non serve lasciarmi finalmente vivere la quiete del silenzio interiore!