La felicità


Qualche giorno fa qualcuno mi ha chiesto che cos’è secondo me la felicità.

Se poni questa domanda in giro, sentirai che per alcuni è vincere una grossa somma in denaro, per altri trovare l’amore della vita, per altri il posto di lavoro da tempo agognato, per altri ancora la nascita di un figlio… e chi più ne ha più ne metta.

Queste che ho elencato sono indubbiamente cause di felicità, variabili da persona a persona; esiste però una definizione di felicità sufficientemente generale che accomuni tutte queste cause sotto uno stesso ombrello? Perché ci capita così di frequente di cercare con ogni forza di raggiungere un obiettivo, convinti che questo ci renda felici, per poi scoprire con amarezza che non è così, una volta raggiunto?

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Non sono così presuntuoso da arrivare a parlare di un tema così personale estendendolo all’essere umano nel suo genere; proverò quindi a cimentarmi nel già di per sé arduo compito di parlare di me.

Credo in ogni caso di avere le idee abbastanza chiare in proposito: io sono felice ogniqualvolta vivo una situazione tale da non desiderare altro oltre all’esperienza di quel momento.

Sembra di per sé banale e forse tautologico, ma lasciami spiegare meglio: ciò che intendo dire è che per me la felicità non è legata ad alcunché di particolare relativo al mondo circostante, ma è invece associata ad uno stato mentale caratterizzato da assenza di tensioni interne.

E’ questo stato di centratura, di uniformità di intenti, che io identifico con la felicità.

Accade ad esempio quando mi trovo di fronte ad un panorama mozzafiato, che cattura ogni mia attenzione; magari non dura a lungo, ma in quei brevi istanti la mente cessa di pensare ad altro, ciò che sto facendo è perfettamente adeguato e non sento l’esigenza né mi sento in dovere di essere altrove, o di fare altro.

Viceversa, succede ahimé più di frequente il contrario: sfalcio il prato ma penso che forse dovrei riordinare la cantina; sono in ufficio, ma penso che il mio tempo sarebbe speso meglio se fossi a girare in bici; sono davanti ad una birra con gli amici, ma i sensi di colpa mi fanno pensare che sarebbe più giusto se fossi a casa con la famiglia.

Tutte queste tensioni, che ho qui esemplificato come esercitate da due poli attrattivi ma che nella realtà ne hanno molteplici, provocano uno stiramento della volontà, come una miriade di cavalli che tirano lo stesso carro in direzioni differenti lasciandolo per lo più nell’immobilità, eppure soggetto a tensioni enormi.

Vista da questa prospettiva, raggiungere la felicità non sarebbe, per me, nulla di trascendentale o particolarmente difficoltoso: si tratterebbe semplicemente di riuscire a trovare il giusto stato di centratura che mi permetta, in ogni istante della vita, di sentirmi al posto giusto, di sentire che sto facendo la cosa più appropriata, in quel momento.

Detto in altri termini, di essere sempre presente a me stesso.

Una ricetta relativamente semplice, ma stranamente difficile da mettere in pratica.

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L’atteggiamento da perdente


Ad una conferenza tenuta da manager di successo a cui ho partecipato di recente è stato detto che l’importante è vincere, e che il secondo classificato è il primo dei perdenti.

Io sono invece dell’idea che chi occupa la posizione in fondo alla classifica è solo l’ultimo dei vincitori, e si pone di parecchie spanne davanti alle migliaia di potenziali partecipanti che non si sono messi in gioco perché è mancato loro il coraggio di affrontare un posizionamento.

E quel coraggio è venuto meno proprio a causa di un modo di vedere la competizione che ne travisa completamente la reale natura, che è quella di confrontarsi con se stessi.

Quello di dover vincere a tutti i costi, a ben vedere, è il vero atteggiamento da perdente.

La mappa


Ieri mattina ero fermo in coda sulla strada che mi porta al lavoro; riflettevo oziosamente sulle numerose volte, nel corso degli anni, in cui mi sono trovato a passare in quel punto.

Poi, improvvisa, la riflessione: io non sono mai passato di lì, quella era la prima volta!

Già, perché come dice Einstein, lo spazio separato dal tempo non esiste, ma esiste lo spaziotempo; ed allora, considerata la faccenda da questo punto di vista, io mi trovavo per la prima volta in vita mia in quel luogo spaziotemporale.

In effetti, al di là di sofistiche considerazioni scientifiche, ho notato sul cavalcavia poco più avanti un uomo appoggiato al guardrail che osservava le macchine ferme in fila; a mia memoria, non l’avevo mai visto prima: chiaro indizio della mia sbadataggine, o del fatto che non ero mai stato lì?

E anche la disposizione delle nuvole sopra di me era completamente nuova: ne ho notata una dalla forma bizzarra, mai vista prima, proprio dietro al cavalcavia!

E più mi soffermavo sui particolari, più avvertivo quel senso di novità che rendeva unica la mia esperienza; buffo come il banale ritrovarsi in coda possa portarti, se sei nel giusto stato d’animo, a vivere esperienze illuminanti!

Sai da cosa derivava la mia errata riflessione iniziale? Dal fatto che non si basava sul reale ambiente nel quale mi stavo muovendo, ma su una mia mappa mentale.

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In quella mappa, come in ogni mappa che si rispetti, non c’erano persone, né nuvole, né altri elementi trascurabili dal punto di vista dell’obiettivo per cui è stata creata: raggiungere il luogo di destinazione.

Una mappa in scala uno a uno sarebbe inutile, giusto? Occorre semplificare, tagliare i dettagli, ridurre le dimensioni. Tutto giusto, corretto, utile: ma non va dimenticato che resta una mappa, non va confusa con la realtà.

Purtroppo nella vita quotidiana commettiamo invece in continuazione l’errore di confondere le nostre semplificazioni mentali col mondo reale.

E allora per forza ci si ritrova a vivere una vita piatta, monotona, sempre uguale a sé stessa: invece di guardare là fuori, guardiamo il nostro personale pezzo di carta!

Le semplificazioni ed i modelli vanno usati quando servono, ma non devono assurgere a riferimento assoluto, altrimenti ci limitano.

E se osservi appunto tutte le tue limitazioni, vedrai che nascono proprio dallo scorretto uso delle tue mappe mentali: preconcetti, luoghi comuni, assunzioni mai verificate sulle quali poggi quotidianamente le tue decisioni, che ti accompagnano subdolamente verso la fine della tua vita senza che tu l’abbia realmente vissuta.

Le mappe però danno sicurezza, vero?

Per un vecchio bambino


Ebbene sì, ho cambiato idea. Questo è un articolo, spero il primo di una lunga serie, in cui mi ricredo su quanto espresso in precedenza nel presente blog. Che si tratti di evoluzione o involuzione poco importa, comunque sia è un cambiamento e ciò mi basta.

L’articolo da cui voglio prendere le distanza è quello in cui dichiaro guerra a Silvio; da allora sono passati poco più di quattro anni, ma posso affermare con una punta di soddisfazione che la mia visione della vita è cambiata profondamente.

A quel tempo reputavo indispensabile eliminare una parte di me che costituiva un impedimento alla mia evoluzione, alla possibilità di essere me stesso. La chiamai Silvio, con un ben preciso intento di distacco; esternai il mio odio verso quel personaggio figurato, e gli dichiarai apertamente guerra.

Quello che allora non avevo però chiaro era che qualsiasi forma di guerra, pur se solo figurata, non porta da alcuna parte: combattere il nemico significa l’annientamento di entrambi; perché i nemici non vanno eliminati, vanno trascesi. E, trascendendoli, si può arrivare a comprendere che in fondo non sono davvero dei nemici e, forse forse, li si può persino trasformare in alleati.

Chi è dunque veramente Silvio?

Lo immaginavo un individuo egocentrico, narcisista, insicuro, subdolo, che agisce dietro le quinte con l’intento di mettermi i bastoni fra le ruote. Lettura molto dura ed aggressiva… tale da sembrare una creazione della mente di quel Silvio da cui tanto volevo prendere le distanze.

Invece Silvio non è nulla di tutto questo; è solo un bambino che ha bisogno di attenzioni. Coi bambini la linea dura non porta a nulla: se lui piange e tu gli urli di smetterla, quello piange ancor più forte. Occorre invece un approccio materno, comprensivo.

E’ vero, ogni tanto fa i capricci: vuole sentirsi dire che è bravo, vuole mettersi in mostra; vuole sentirsi accettato, compreso. E cosa ho fatto invece io? Mi sono messo a sgridarlo, ad additarne l’inadeguatezza, rimarcandola. Linea dura! Dichiarazione di guerra! Ma ti pare sensato?

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Non so se hai mai visto il film ‘Il sesto senso’, nel quale il bambino protagonista viene continuamente spaventato dalla visione agghiacciante di persone morte: ebbene, questi fantasmi cercano solo di essere ascoltati, aiutati; e finché lui, terrorizzato, li rifugge, loro continuano a presentarsi. Alla fine però capisce che stanno solo chiedendo aiuto, e decide di ascoltarli; solo allora riesce a liberarsene.

La trovo una metafora squisita: Silvio è solo un fantasma, il fantasma del bambino che non ha ricevuto le attenzioni di cui aveva bisogno; e adesso le vuole da me, vuole che lo accetti, lo abbracci e gli dica: vai bene così come sei, stai tranquillo.

Solo allora, appagato, si dissolverà.

Ti ritrovi in questa situazione? Anche tu pensi di avere aspetti che non sopporti, che vorresti a tutti i costi cambiare, e che cerchi di nascondere e soffocare il più possibile? Ebbene, finché non li accetterai, questi continueranno a riaffiorare e a perseguitarti. Abbraccia il bambino imperfetto che è in te, e crescerete insieme.

Rilassa la chiappa


Mia moglie mi prende talvolta in giro perché, a detta sua, amo soffrire; infatti, le rare volte che ho mal di testa difficilmente prendo un antidolorifico, e quando ho la febbre resisto più a lungo che posso senza assumere un antipiretico.

E’ vero: ritengo che la nostra società non tolleri in alcun modo la sofferenza, in particolare quella fisica, e le case farmaceutiche appoggiano alla grande questo modo di vedere.

Tuttavia rigetto con fermezza l’accusa di masochismo, e voglio qui delineare per sommi capi la mia arringa difensiva; a tal proposito, mi sembra di poter individuare due tipi di sofferenza: una primaria, utile ed ineliminabile, ed una secondaria, decisamente dannosa e da evitare.

Ti faccio un esempio.

Una volta, quando ero bambino, dovetti fare per una intera settimana le iniezioni di antibiotico; ero terrorizzato dall’ago, ed i minuti prima del tragico evento erano intrisi di sofferenza, molto più del breve istante della punturina.

I miei muscoli si raggrumavano un unico fascio teso, e ricordo le raccomandazioni di mia madre: rilassa la chiappa, tieni il muscolo morbido, altrimenti l’ago non riesce a penetrare, e sentirai molto più dolore!

Tralasciando i dubbi sull’efficacia di un consiglio così formulato, ti domando: qual era la causa della mia tensione muscolare? Evidente: il rifiuto della sofferenza; l’iniezione era fonte del dolore primario, quello inevitabile, utile; la resistenza che vi opponevo era fonte del dolore secondario: inutile e molto più acuto e prolungato del primo.

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Riesco a spiegarmi? Il dolore secondario è in qualche modo un derivato di quello primario, ed emerge dalla nostra mancata accettazione di quest’ultimo.

Questa analisi è applicabile anche ai casi di sofferenza emotiva; supponi ad esempio di avere un litigio con una persona che ti provoca nell’immediato un forte malessere. Una volta lontano dalla situazione conflittuale, tuttavia, rifiuti di accettare che le cose siano andate in quel modo, e continui a rimuginare per tutta la giornata e anche oltre su quanto è successo; in pratica replichi nella tua testa una simulazione dell’accaduto, ed il malessere si protrae molto più a lungo del dovuto.

Perché? Semplice, perché rifiuti la sofferenza, anche a posteriori! Se, dopo il litigio, avessi accettato le cose per come sono andate, non ti saresti fatto del male aggiuntivo ed in modo totalmente gratuito.

Per tornare al punto di partenza: non prendo l’antidolorifico o l’antipiretico (finché riesco a resistere) perché ritengo che il dolore che sto provando abbia una propria ragion d’essere: la febbre alta, ad esempio, ha la funzione di stimolare il sistema immunitario, e finché resta entro limiti ragionevoli è alquanto utile; sono convinto che contrastarla sospenda solo temporaneamente la sofferenza e si traduca in un suo sostanziale prolungamento a livello globale.

Inoltre il dolore, sia esso fisico o emotivo, è un messaggio del corpo: occorre imparare a ascoltarlo, non zittirlo sul nascere; accettarlo per quello che è, senza aggiungerci nulla di più, ci preserva da una sua recrudescenza al livello di simulazione mentale.

Insomma, come si dice, non tutti i mali vengono per nuocere, e spesso opporre resistenza può essere molto, molto più doloroso che lasciare andare.

Come un ruscello


Ogni volta che, dopo abbondanti piogge, passo davanti a questa cascatella, non posso fare a meno di fermarmi a guardarne la bellezza; è accaduto anche qualche giorno fa, e in quell’occasione mi sono tornate alla memoria riflessioni che espressi in uno dei miei precedenti articoli.

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La vedi quella roccia? La foto non rende appieno, ma ti assicuro che è parecchio dura, e tuttavia è stata scavata assai profondamente; volendolo personificare, quel ruscello è riuscito in un’impresa davvero eccezionale.

Lo sai perché?

Per la sua costanza, dirai: certo, è vero, questa è la prima cosa che salta agli occhi, gutta cavat lapidem; ma scendiamo un poco più al di sotto della superficie.

Sempre seguendo la metafora della personificazione, ti chiedo: secondo te, il ruscello ha mai dubitato per un istante di farcela? Si è mai chiesto se ne valesse la pena? Si è mai sentito in affanno, in preda all’ansia e spaventato dall’enorme lavoro che aveva da compiere?

Tu risponderai: ma il ruscello non si è mai posto alcun obiettivo di scavare la roccia, questo è avvenuto per il solo fatto che il suo corso passava in quel punto. Non c’è alcuna intenzionalità in tutto questo, la metafora non regge più, se spinta così lontano.

Bravo, ha centrato il punto! Il ruscello non ha alcun obiettivo, semplicemente segue il suo corso, si limita ad essere sé stesso; e tuttavia, guarda che bel risultato ne è venuto fuori!

E allora mi domando: non sarà forse il caso che pure io abbandoni affanni, preoccupazioni, ansie da prestazione… e mi limiti semplicemente ad essere me stesso? Potrebbe essere interessante scoprire a quali grandi imprese porta tutto ciò, non credi?

Ma l’acqua gira e passa e non sa dirmi niente
di gente e me o di quest’aria bassa.
Ottusa e indifferente cammina e corre via
lascia una scia e non gliene frega niente.

Il capo egoico


Un buon capo deve essere al servizio dei propri collaboratori, deve guidarli ed indirizzarli, avendo come faro guida l’obiettivo lavorativo che insieme si vuole raggiungere; quando si comporta così, allora cessa di essere un mero capo e diventa un leader. In tutto questo il potere non entra in gioco: essere leader significa prima di tutto avere delle responsabilità.

Troppo spesso invece ci troviamo di fronte a semplici capi nel senso riduttivo del temine, che pensano prima di tutto a soddisfare le proprie esigenze egoiche di supremazia; cedere spazio decisionale ai propri collaboratori è da loro visto come una pericolosa apertura verso la perdita di prerogative, preludio per la venuta meno del ruolo a cui tanto sono attaccati.

Da questo nasce il senso di frustrazione dei collaboratori, che cessano di formulare pensieri propri e si piegano ad esprimere ciò che immaginano che il capo si aspetti da loro (quanti livelli di costruzione mentale di una realtà inesistente in tutto questo!).

L’obiettivo vero cessa di essere quello dichiarato, ma diventa surrettiziamente la soddisfazione delle esigenze del principe. E la frustrazione provoca malessere diffuso in tutto il gruppo di lavoro, al cui interno si vengono a creare conflitti fra pari, guerre fra poveri sobillate dal malato desiderio auto celebrativo del vertice.

Quanto scrivo è piuttosto demagogico, ed immagino sia facile trovarti d’accordo con me, a patto che tu sia dalla parte del collaboratore (ma finiamola con queste ipocrisie: chiamiamolo pure dipendente). Se è così, non ti sentirai minimamente tirato in ballo dal mio dito puntato, ed annuirai deciso col capo.

Col capo?

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Curiosa questa ambivalenza terminologica, vero? Beh, non si tratta affatto di ambivalenza; e se in questo discorso ti senti privo di ogni responsabilità, allora stai sbagliando: perché anche tu sei un capo, ed un capo ben più importante di quello di cui ho fin qui parlato solo a scopo metaforico.

Intendiamoci, parlo usando la seconda persona solo per catturare la tua attenzione: in realtà non posso permettermi di esprimere alcunché su di te, le mie sono solo proiezioni; la verità è che sto parlando di me, con me, che ho in passato ricoperto il ruolo di capo egoico sul lavoro e lo sto tuttora ricoprendo nel rapporto interiore.

Ma torniamo a parlare di te; quante volte ti fermi ad ascoltare i segnali provenienti dal tuo corpo? Quante volte ti prendi cura di esso, assumendo decisioni che vadano nella direzione del suo benessere globale e non del mero appagamento del tuo edonismo? Non ti rendi conto che la tua attenzione è concentrata solo sui tuoi pensieri, sulle tue preoccupazioni, sulle tue aspettative, in pratica è cortocircuitata all’interno della mente, e non si rivolge al tuo essere nella sua globalità?

Ogni cellula del tuo corpo possiede una propria intelligenza, e te lo dimostra ogniqualvolta di procuri una ferita, che guarisce miracolosamente anche se tu, ipotetico depositario del sapere supremo, non fornisci alcuna indicazione sul da farsi.

Hai a disposizione una vastità di validi collaboratori: miliardi di cellule dotate di intelligenza, organizzate in organi, strutture, sistemi complessi. Un’enorme ricchezza, un’azienda ben avviata che tu porti al fallimento, prostituendola alle follie della mente.

Non ti rendi conto di essere pure tu in questa situazione? E la posta in gioco qui non è il budget aziendale, ma la tua vita! Non sarà forse il caso che la tua mente, capo egoico per eccellenza, inizi finalmente a delegare e la smetta una volta per tutte di spadroneggiare seminando disagio e malcontento?