Il termometro della fede


Voglio condividere con te lo splendido dialogo fa Al Pacino e Keanu Reeves tratto da uno dei miei film preferiti, “L’avvocato del diavolo”:

“Voglio che tu sia te stesso. Lasciatelo dire: il senso di colpa è come un sacco pieno di mattoni, non devi fare altro che scaricarlo! Perché ti accolli tutti quei mattoni? Dio… non è così? Ti voglio dare una piccola informazione confidenziale a proposito di Dio. A lui piace guardare: è un guardone giocherellone! Lui dà all’uomo gli istinti, gli concede questo straordinario dono, poi che fa? Ti assicuro che lo fa per il suo puro divertimento, per farsi il suo cosmico spot pubblicitario… fissa le regole in contraddizione: guarda, ma non toccare! Tocca, ma non gustare! Gusta, ma non inghiottire! E mentre tu saltelli da un piede all’altro, lui che fa? Se ne sta lì a sbellicarsi dalle matte risate, perché è un moralista! E’ un gran sadico! E’ un padrone assenteista, ecco cosa è! E uno dovrebbe adorarlo? No, mai!
“Meglio regnare all’Inferno, che servire in Paradiso: non è così? ”
“Perché no? Io sto qui col naso ficcato nella terra e ci sto fin dall’inizio dei tempi. Ho coltivato ogni sensazione che l’uomo è stato creato per provare. A me interessava quello che l’uomo desiderava e non l’ho mai giudicato. E sai perché? Perché io non l’ho mai rifiutato, nonostante le sue maledette imperfezioni. Io sono un fanatico dell’uomo, sono un umanista! Sono probabilmente l’ultimo degli umanisti! E chi, sano di mente, potrà mai negare che il XX secolo è stato interamente mio?”

Premetto che non è mia intenzione schierarmi fra le fila di una qualche fazione religiosa o atea; trovo che la spiritualità debba essere e rimanere un fatto squisitamente personale; per soddisfare una tua eventuale curiosità, ma forse più perché il mio ego ama parlare di sé, dirò che, per quanto riguarda il mio orientamento religioso, mi si potrebbe definire un agnostico che sta cercando di smettere.

Al di là di questo, trovo che le parole di Pacino offrano un’ottimo spunto di riflessione, perché puntano il dito contro un Dio giudicante, moralista e ‘troppo umano’ per essere effettivamente considerato tale. Sono parole che portano decisamente fuori da solco.

Ritengo che il Dio di cui si parla sia l’aberrazione creata nel tempo dall’uomo interpretando a proprio uso e consumo gli insegnamenti spirituali dei maestri e delle scritture, come strumento per imporre la propria volontà sulle masse. E credo ci sia decisamente riuscito. E penso anche che il vero Dio, qualora esista, sia tutt’altro.

Eppure, ciascuno di noi potrebbe essere convinto, in totale buona fede, di essere un buon religioso. Quale strumento adottare dunque per capire se siamo nel giusto? Esiste un metodo pratico per misurare quanto effettivamente la nostra religiosità sia sentita a livello interiore?

Bada, non intendo suggerirti di misurare la fede del vicino di casa, o della bigotta di turno. Ti propongo semplicemente una riflessione da applicare su di te, per verificare quanto salda sia la tua fede (in Cristo, Allah, Budda, nella ragione, nella scienza, scegli pure tu il tuo totem di riferimento).

Ebbene, io penso che la fede, quella vera, implichi assenza di paura. E, di riflesso, assenza di sofferenza e di infelicità.

Perché in fondo l’infelicità discende dalla non accettazione della realtà, dal volerla diversa. Ma chi ha fede non può non credere che, pur se nascosta, una ragione sottostante ci sia. E che quindi ogni situazione vada bene così com’è. E, proiettando il ragionamento sul futuro, che non ci sia nulla da temere, posto che qualunque cosa accada, sarà per una giusta ragione. Sarà per il nostro bene, la nostra crescita.

Semplice no? Se sei sereno ed in pace con te stesso, se non ti senti inadeguato, se accetti ogni accadimento della vita senza recriminare, allora la tua fede è salda. In caso contrario, poniti delle serie domande, perché con ogni probabilità stai adorando il Dio sbagliato.

Tanto per fare un esempio di quanto vado dicendo, mi basta farti notare tutta la sofferenza e la tristezza che riempie i luoghi di culto durante i funerali; mi sembra evidente che ci sia qualcosa che non va, perché se i nostri cari si sono ricongiunti a Dio, e ne siamo convinti nel profondo dell’animo, che motivo avremmo mai per non gioire e fare di ogni funerale un momento di festa, più ancora che per un matrimonio?

Sabato pomeriggio


Ero triste, in preda alla depressione più nera. Sai quando ti senti arrivato al capolinea, e non vedi sbocchi? Fine della pista, tutto è già stato visto, nulla per cui valga più la pena di combattere.

La neve scendeva lieve dietro i vetri appannati; ormai neppure più quell’evento, un tempo così dirompente nella vita di un allora giovane ragazzino, riusciva a dare gioia a chi ormai da molto aveva rinchiuso il fanciullino dietro a spessi muri di convenzioni sociali.

Sgomberai il tavolo dalle stoviglie della colazione, e buttai le briciole fuori dalla finestra.

Il gesto non passò inosservato ad un pettirosso affamato, che coraggiosamente si posò sul davanzale per pascersi degli abbondanti avanzi del primo pasto della mia giornata.

E fu allora che accadde.

Emise un canto soave, così dolce che sembrava provenire da un’altra dimensione, ovattato nel candore del manto nevoso eppure così pervasivo. Fu come risvegliarsi d’improvviso da un profondo torpore, e trovare tutto il senso e la bellezza della vita in un piccolo angolo di mondo.

Volò via dopo pochi minuti, il tempo sufficiente per farmi iniziare la giornata all’insegna di una rinnovata energia.

Tornò a farmi visita anche il mattino successivo, e quello dopo. E così per giorni. Imparai a lasciare volutamente delle briciole sul davanzale, un po’ in segno di ricompensa, un po’ per rafforzare quel legame che aveva saputo infondermi tanta serenità.

Arrivò la primavera col suo carico di colori, ed io avevo ritrovato definitivamente la gioia di vivere; senza un vero motivo, almeno a valutare da un punto di vista razionale.

tesoro

Un giorno di aprile la consueta visita mattutina tardò ad arrivare; lì per lì non diedi peso alla cosa, ma lentamente un velo di preoccupazione iniziò a frapporsi fra i miei pensieri e il mondo; sentivo la mancanza di quel canto che sapeva così abilmente allontanare le nubi dal mio cuore.

Poi ecco presentarsi il ritardatario, e con lui ritornare la gioia; ma il tarlo aveva iniziato a lavorare dentro di me: e se quei ritardi fossero destinati a diventare più frequenti? Se la turbolenza degli stimoli primaverili avesse portato lontano gli interessi del mio amico?

Col passare dei giorni, il tarlo mi rendeva sempre più possessivo: non potevo permettere che il nostro legame si sciogliesse. Ne andava della mia felicità.

Altri ritardi nei giorni successivi corroborarono le mie paure: di lì a poco avrei perso la fonte della mia serenità. Fu così che presi la decisione.

Una piccola trappola sul davanzale; costruita con perizia, per non fare del male alla creatura amata. E, se tutto fosse andato per il meglio, il legame fra noi sarebbe diventato finalmente indissolubile, con indiscutibili vantaggi da ambo le parti. Perché avrei trattato quella piccola creatura con tutto l’amore di cui ero capace, gli avrei dato una casa e cibo sicuri, lo avrei tenuto al riparo dai pericoli del mondo.

E così accadde. La trappola funzionò, e la convivenza ebbe inizio.

Ma le cose non proseguirono come atteso. Il canto, che tanto aveva saputo allietare le mie giornate pur se ascoltato per pochi minuti, smise di inondare lo spazio attorno a me.

Il mio male era tornato, e si era impossessato anche del mio amico. La tristezza aveva imprigionato il suo spirito, così come io avevo fatto col suo corpo. Avevo assorbito, come un vampiro, ogni sua energia vitale. E fu solo allora che capii l’origine del mio male.

L’attaccamento, il voler ancorare la felicità ad una qualche fonte esterna; il voler rinchiudere in cassaforte le gioie, per paura di perderle; capii che così non poteva funzionare. Capii che, se volevo esser felice, dovevo sviluppare quella sensibilità che permette di vedere il bello in ogni cosa, di fare di ogni attimo un momento di festa.  Dovevo sviluppare la capacità di lasciare andare.

Capii che la ricetta era semplice, ma che per metterla in pratica avrei avuto molta strada da compiere, tutta in salita.

Aprii la gabbia al piccolo prigioniero, che mi ringraziò per un’ultima volta col suo dolce cinguettio e volò via per sempre.

La mia ex moglie (forse non lo sai ma pure questo è amore)


Un tempo ero sposato.

Non si trattava di una donna, ma di un’azienda; eh, sì, lo ammetto, sono un po’ strano. Ma, a ben riflettere, non molto: perché, se ci pensi, il rapporto di lavoro dipendente (quanto è brutta questa parola!) è molto simile al vincolo matrimoniale: non è ammessa l’infedeltà, visto dalla parte dell’imprenditore è praticamente inscindibile, e ti obbliga a passare assieme almeno otto ore al giorno (in verità molte di più di quante ne passeresti col coniuge).

Dopotutto un’azienda è, a tutti gli effetti, un essere ‘senziente e pensante’, con una volontà propria che scaturisce dagli equilibri di forza degli individui che la compongono, talvolta polarizzati dalla presenza di un capo carismatico.

Perché il divorzio? Beh, i motivi sono elencati in un articolo che scrissi al tempo della separazione. In breve, dopo tredici anni, la mia vita lavorativa era diventata una routine: io e te, tu ed io, che barba, che noia. Ma, soprattutto, era diventata opprimente: obblighi di varia natura (orario, procedure da seguire, aspettative a cui adeguarsi) mi facevano sentire in prigione, per quanto il lavoro in sé continuasse a piacermi, e capi e colleghi continuassero ad essere persone gradevoli con cui confrontarsi.

Da qui la decisione di licenziarmi. Presa non senza dubbi, sofferenza e paure di sorta. Che successe poi? Dopo un breve intervallo di riflessione, mi sono armato di partita IVA e ripresentato sul mercato del lavoro, stavolta come lavoratore autonomo.

Così è ricominciata la collaborazione con la mia ex, in veste rinnovata; collaborazione che dura ormai da tre anni, e che ha ridato smalto ad un rapporto ormai logoro. Perché il problema non era lei, non ero io, ma il legame malato che ci univa.

Oggi in pratica continuo a fare lo stesso lavoro di prima, ma da spirito libero: niente più vincoli di orario, di presenza fisica in ufficio, di procedure da rispettare; nessun obbligo di fedeltà (nel frattempo ho svolto anche lavori minori per altre aziende), solo obiettivi di risultato.

Adesso mi presento saltuariamente in azienda, ma ci vado volentieri, a volte anche più del necessario (e la battuta ormai scontata dei colleghi non si fa attendere: ‘sei di nuovo qui?’).

Quanto ho imparato da questa esperienza è evidente: non siamo nati per stare in gabbia, ma per esprimere liberamente la nostra individualità. Eppure viviamo in una società che ci opprime con i suoi tentativi di incasellarci in ruoli standard, uguali per tutti: dipendente, coniuge, amico.

Esiste ovviamente la necessità pratica di creare rapporti stabili, ma si è scelto la via più semplicistica per saldare il legame: la coercizione. Ma così non funziona, non può funzionare. Così si creano solo persone infelici e frustrate. La stabilità deve basarsi su fondamentali solidi, su un collante che vada al di là degli obblighi di legge o di contratto.

Il nuovo rapporto con la mia compagna di lavoro non si scioglierà finché io potrò dare qualcosa a lei, e lei qualcosa a me. Forse terminerà già a partire da domani, forse no. Ma non importa. Se non altro è genuino, perché da entrambe le parti c’è la consapevolezza che nulla è per sempre.

Finché buon senso non ci separi.

Consulenza o counseling?


Attualmente sbarco il lunario come sviluppatore software; mi capita spesso di interagire con un collega piuttosto in gamba, col quale ci si aiuta vicendevolmente per risolvere problemi di lavoro.

E’ già successo diverse volte che mi chieda aiuto (ma è più frequente il contrario) seguendo uno schema piuttosto caratteristico, che ti voglio qui raccontare per avere uno punto di partenza per le riflessioni successive. Accade più o meno questo.

Non riesce a venire a capo di un malfunzionamento del programma; dopo aver lasciato girare le rotelle invano per un po’, mi chiama per un aiuto; io arrivo; lui inizia ad espormi il problema partendo dalle origini, più o meno dai tempi dell’albero della conoscenza, fornendomi dettagli molto circostanziati sulle cause a monte, sui tentativi fatti, sui risultati attesi che non arrivano, sulle ipotesi a contorno.

Io penso che sarebbe molto meno time consuming se mi esponesse il tutto partendo dalla fine (cosa non funziona), così che io possa fare le mie elucubrazioni a mente libera ed in modo maggiormente orientato. Troppe informazioni confondono solamente il quadro della situazione e sviano dal nocciolo della questione.

Ma lui no; prosegue ad esporre i fatti, fa domande ma non mi lascia il tempo di rispondere, perché risponde lui stesso. La scena prosegue così per qualche minuto, a volte anche una decina, poi improvvisamente gli si illuminano gli occhi e prorompe in un festoso Eureka!

Ha capito dov’è il problema (io non ho neanche ancora capito qual è il problema).

Me ne vado, e lui ringrazia per  l’aiuto.

Sono stato di aiuto?

Certo, lo sono stato, ma non nel modo a cui normalmente si pensa. Quello di cui aveva bisogno non era una consulenza tecnica, ma di qualcuno di fiducia con cui confrontarsi. Di qualcuno che parlasse la stessa lingua, che potesse comprenderlo.

La soluzione ce l’aveva con sé, non stava da qualche parte là fuori. Ma parlarne lo ha aiutato a mettere ordine nei pensieri; dovendo esporre ad un terzo è stato costretto a seguire un flusso di ragionamento più lineare, più consapevole. Si è inoltre trovato suo malgrado ad adottare un punto di vista alternativo, mettendosi più o meno consapevolmente nei miei panni. E’ questo uscire dal problema che lo ha portato alla soluzione dello stesso.

A volte lo prendo affettuosamente in giro dicendo che ho agito da psicologo, e non da programmatore, ma credo di non essere troppo distante dalla realtà.

Così come credo che, il più delle volte, la risposta che andiamo cercando sia dentro di noi. Forse abbiamo solo bisogno di un amico che ci aiuti a trovarla. Semplicemente ascoltando.

Il potere del vuoto


Tempo fa ho assistito, assieme a mio figlio, ad un esperimento dimostrativo in un laboratorio di una scuola; si è fatto il vuoto con una pompa aspirante all’interno di un barattolo sigillato con un coperchio di carta rigida e questo è imploso con un rumore violento: la pressione atmosferica esterna ha sfondato la membrana di carta producendo un sonoro quanto inatteso botto.

Conoscevo questo principio fisico, ma vivere l’esperienza con gli occhi di mio figlio, che non si aspettava un fenomeno così violento e ne è rimasto sorpreso, mi ha fatto riflettere.

Le riflessioni non hanno prodotto alcunché di mio, hanno tuttavia rispolverato gli insegnamenti ricevuti da una coppia di amici, a cui devo molto perché hanno saputo imprimere una nuova, benefica direzione alla mia vita. Te li propongo rielaborati nella mia versione, sperando di non impoverirli troppo dei loro preziosi contenuti.

Hai mai sentito il detto ‘chiodo scaccia chiodo’? Con esso si suggerisce di rimuovere un elemento andandolo a sostituire con qualcosa di analogo ma più desiderabile. Banalizziamo con l’esempio più abusato: la persona amata ti ha lasciato? Trova qualcun altro e non penserai più a lui/lei. Nell’analogia dell’esperimento scientifico, il tutto corrisponde a spingere aria all’interno del barattolo, invece di aspirarla. Ebbene, io non credo che questo approccio, che per riempirci la bocca di inglesismi potremmo definire push, funzioni.

Se la tua mente è pervasa da preoccupazioni, ansie, attaccamenti a cose che non sono più, difficilmente avrai la lucidità per scegliere un giusto rimpiazzo; inevitabilmente finirai per complicare ulteriormente le cose introducendo ingredienti inappropriati.

Equivarrebbe a cercare la soluzione all’esterno quando essa si trova solo dentro di te.

E la soluzione, pur se di difficile attuazione, consiste nel fare il vuoto. Già, devi riuscire a lasciare andare, sgomberare la stanza dal ciarpame dell’anno vecchio. Solo così potrai fare lo spazio per il nuovo, e quest’ultimo, una volta che lo spazio è fatto, non ti richiederà nemmeno sforzo o ricerca, perché arriverà da sé. Pull. Con un boato inaspettato.

Perché là fuori, la pressione atmosferica col suo carico di sorprese è sempre pronta a dare una ventata di novità alla tua vita, ma prima devi avere il coraggio di fare spazio. Ebbene sì, senza alcunché da sostituire. Un salto nel buio come quello dell’imprenditore, che anticipa ricchezza senza alcuna certezza di un ritorno.

E invece noi che facciamo? Non muoviamo un passo se non è su terreno solido; non lasciamo il lavoro se prima non abbiamo una valida alternativa, non abbandoniamo le nostre idee se prima non ci convincono offrendocene altre. E alla fine rimpiazziamo, rimpiazziamo, ma la qualità del contenuto del barattolo non cambia.

Ecco dunque l’augurio che ti faccio per il nuovo anno: di avere il coraggio di tagliare i rami morti e fare spazio. Di liberare soprattutto la mente, perché in una mente affollata non c’è spazio per la comprensione.

Di offrirti nudo e inerme alle opportunità che la vita ha in serbo per te.

Chi vuole scrivere impari prima a leggere
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare
chi vuole ridere impari prima a piangere
chi vuol capire prima deve riuscire a domandare
chi vuole vincere impari prima a perdere
chi vuol tenere prima deve sapere cosa lasciare
chi vuole insistere impari prima a cedere
chi vuole amare prima deve imparare a rinunciare

Fabi, Silvestri, Gazzè – Come mi pare

Strumenti musicali


Siamo strumenti musicali perfetti, convinti di essere grandi compositori.

Per questo viviamo nella frustrazione di non riuscire a suonare il pezzo che vorremmo, o come vorremmo, quando sarebbe sufficiente fare del proprio meglio per produrre suoni armonici, lasciando il Suonatore Cosmico libero di compiere il proprio lavoro senza più tentare di ostacolarlo.

La recita della propria vita – parte seconda


Nel precedente articolo ho raccontato delle esperienze avute col corso di recitazione: devi sapere che poi ho messo in pratica quanto imparato andando in scena in una commedia tenuta dalla compagnia teatrale locale; si è trattato di una parodia della congiura dei Fieschi ed a me è toccato il ruolo di Gianluigi Fieschi. Non so se conosci la vicenda, ma questo signore è stato protagonista di un tentativo di soverchiare la famiglia Doria per prendere il potere sulla città di Genova.

Non so giudicare quanto sia andato bene nella parte assegnatami, sta di fatto che mi sono divertito un sacco, messe da parte le tensioni fisiologiche dovute al mostrarsi in pubblico.

Ora mi domando: se sul palco non fossi stato consapevole che si trattava di una recita, ma fossi entrato così bene nella parte da credermi davvero Gianluigi, mi sarei divertito allo stesso modo? Non sarei stato invece preda delle emozioni negative che bene o male ho dovuto simulare sul palco (rabbia, frustrazione, nervosismo, incazzatura)?

La domanda è ovviamente retorica, ma mi è di aiuto per per ribaltare la faccenda: se diventassi consapevole che quella che credo essere la vita reale è invece una recita, non vivrei in modo più sereno, spensierato, giocoso (è a proposito interessante notare come in svariate lingue la parola che traduce giocare e recitare sia la stessa, ad esempio play per l’inglese)? Non avrei forse meno preoccupazioni? Non riuscirei a gestire i miei problemi in modo più distaccato?

dimmi che sto recitando bene

Ebbene, più passa il tempo, più mi convinco che siamo su questa terra proprio per recitare la nostra parte in questo immenso palcoscenico cosmico; me ne sto convincendo a livello razionale, ma non lo sento ancora con la pancia, non l’ho ancora interiorizzato.

Il giorno in cui questo accadrà, sarò finalmente padrone della mia vita.

Tu che ne pensi?